Time to read
12 minutes
Read so far

Ritiro al Clero di Ales-Terralba 15 Dicembre 2016

Gio, 15/12/2016 - 12:53
Posted in:

RITIRO SPIRITUALE AL PRESBITERIO S. Gavino M. 15 DICEMBRE 2016 
 
Atteggiamenti in relazione al Natale del Signore e al mistero della Sua Incarnazione.
 
Introduzione:  Preghiera: Perché sono nato dice Dio…

Tema e scopo di questo ritiro: voglio ancora una volta prendere la parola durante il nostro ritiro, per offrirvi una meditazione che ci prepari alla celebrazione del Natale del Signore.
Tutti conosciamo un pericolo costante nella nostra vita di presbiteri: scadere nella routine delle cose di Dio, sapere già come va a finire (vedi la storiella del prete che sfogliava il vangelo.) non lasciarci più toccare dalla Parola, né entusiasmare, né cambiare.
IL pericolo di fare sempre “per gli altri”: le prediche, le omelie, gli incontri ect.
Lo scopo di questa riflessione è riprendere cose che già conosciamo bene, ma rileggerle nel contesto della nostra vita spirituale, per noi. Sappiamo che se noi lasciamo lavorare la Grazia di Dio e vi rispondiamo con la nostra libertà e generosità, se camminiamo spiritualmente, questo influirà sul nostro ministero, e avrà la sua ricaduta nella vita dei cristiani che ci sono affidati.
Vi ripropongo quindi dei testi conosciutissimi e che ritroveremo nei giorni di Natale. Cerco di sintetizzarli in una visione di insieme, mettendo in evidenza due atteggiamenti nei confronti del Signore con i quali dobbiamo confrontarci anche noi presbiteri: il rifiuto, l’indifferenza e l’accettazione e l’accoglienza.  Lo faccio prendendo spunto dai personaggi che sono citati dal vangelo, ma anche andando oltre, prendendoli come archetipo che ci interroga.
 
Ateismo e indifferenza dei potenti: Ascoltiamo due brevi testi di Luca e Matteo per introdurre il primo suggerimento di riflessione:
Lc 2, 1-20: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio...
Mt. 2, 3 ss.3All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.4Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
 
In questi versetti del vangelo di Luca e di Matteo ci vengono presentati alcuni personaggi che gli evangelisti mettono in relazione con la nascita di Gesù, anche se questi “grandi” (soprattutto in questo caso Augusto e Quirino) non sanno niente di Gesù. Per loro la nascita di questo bambino è completamente insignificante, irrilevante per la vita personale e per il loro potere. È un fatto ai margini dell’impero che a prima vista non influenzerà la grande storia di cui sono rappresentanti. Ma qui c’è forse una sorta di ironia evangelica: i grandi non sanno, ma quello che succede cambierà la storia più della loro presunta grandezza. E se sanno (Erode, i saggi) non si lasciano trasformare da questa buona notizia.
 
Stiamo parlando di persone che hanno il potere: Cesare Augusto, Quirino Erode e i saggi di Gerusalemme. Augusto è in quel momento il grande Imperatore del mondo. È un clichè comune, quando si studia storia in Italia, presentare Augusto solo come un grande governante che dà un lungo tempo di pace all’impero romano. Ma sappiamo da altre fonti, non allineate, che non è tutto oro quel che luccica.  Vi un’altra storiografia che parla di Augusto come di un mito da sfatare. Secondo Giovanni Papini, bisognerebbe correggere quel ritratto buonista. In un suo esto dice: “Quando Cristo apparve fra gli uomini, i criminali regnavano, obbediti, sopra la terra. Ottaviano si era mostrato codardo in guerra, vendicativo nella vittoria, traditore delle amicizie, crudele nelle rappresaglie. Ottenuto l’impero si era messo la maschera della mansuetudine, e dei vizi giovanili non gli rimaneva che la superficialità”. Certo si tratta di un giudizio severo anche se pare vicino alla verità.
 
A noi interessa Augusto, sullo sfondo della vicenda di Gesù, come l’archetipo del potere che è indifferente, ignaro, forse ostile a Dio che si fa presente, probabilmente un atteggiamento a-teo, che usa Dio per il suo progetto di potere ma senza nessun vero desiderio di aprirsi al Mistero.
 
Il vangelo indica anche un altro uomo di potere, Quirino, il governatore della Siria e Giudea. Questo personaggio dipende per il suo potere da Augusto ma anch’egli è un uomo di potere, uno che decide, che comanda.
 
È quindi menzionato Erode il Grande, che farà i peggiori compromessi con Roma pur di mantenere il suo potere, e una volta ottenuto, come ben sappiamo, non esita a uccidere i membri della sua famiglia e ordina la strage degli innocenti, perché nessuno lo minacci.
 
Infine I saggi di Gerusalemme hanno anche loro potere, differente da quello politico e militare, ma il potere “del sapere, della conoscenza”, il potere che nasce dal poter leggere, commentare, interpretare la Sacra Scrittura, la Parola di Dio.
In una parola possiamo dire che tutto questo potere (politico e religioso) è impreparato all’evento Gesù. Anzi lo ignora. Bernanòs, scriveva nella sua opera “Diario di un parroco di campagna”: Il verbo si fece carne e i giornalisti di quel tempo non ne seppero niente”.  Noi possiamo aggiungere che non solo non lo seppero i giornalisti ma anche gli uomini potenti della terra che il vangelo di Luca e Matteo ci presentano.
Senza voler forzare i testi, credo che possiamo considerare questo “gruppo di potere” come la tipologia della umanità incurante, indifferente o ignorante, o a-tea nel senso profondo (faccio a meno di Dio, sono senza Dio, che tocca così frequentemente la nostra società, anche le nostre comunità e forse noi stessi come presbiteri.
Se vogliamo attualizzare questa tipologia, calandola nella nostra realtà:  non si tratta solo di conoscere una notizia, un avvenimento, ma di mettersi di fronte alla stessa notizia con un atteggiamento differente. Il vero problema è non permettere alla novità di Dio di entrare nelle nostre vite. Possiamo parlare di un “ateismo pratico” che ormai è entrato nel nostro contesto, nella nostra cultura. Fare come se Dio non ci fosse. Non tanto combattere Dio, quando ignorarlo, minimizzarlo, metterlo ai margini.
 
L’ateismo pratico: dobbiamo constatare che questa forma di ateismo oggi sta prendendo piede anche in un gran numero di “credenti”. Non è un ateismo sistematico, teorico. (anche se vi sono i club degli atei: cfr pubblicità sul bus: Rilassati, Dio non c’è) È piuttosto pratico, e stranamente talvolta può esistere anche nella vita di un credente... forse di un prete. Cioè faccio le cose di Dio tutti i giorni, ma poi nel momento della decisione, della vita quotidiana Dio non entra, non lascia il segno.
 
Può essere una provocazione dire che possono esistere “preti atei”?
Non parlo evidentemente di quelli che pur diverse ragioni arrivano ad abbandonare non solo il ministero ma anche la fede. A dichiarare: non credo più! Questo purtroppo capita.
Parlo invece di coloro che pur rimanendo nel ministero, nel servizio, nel fare le cose “di chiesa” hanno lasciato raffreddare il cuore caldo della motivazione del loro agire. Non più amore verso Dio, desiderio di Dio, motivazione per Dio. Dio rimane ai margini, quasi ininfluente sulle scelte, le decisioni profonde.
 
Il cuore di questo tipo di ateismo è il pensare così: non ho bisogno di nessuno, perché credo che posso bastare a me stesso. Non ho bisogno di Dio che mi salva, perché mi salvo a me stesso.
Credo che la domanda che dobbiamo farci è se la nostra vita lascia convivere un atteggiamento di ateismo pratico insieme a un comportamento esterno credente…! Se in definitiva penso e agisco come se Dio non ci fosse. O forse utilizzo la religione, l’incontro con Dio, per aumentare il mio potere (ad esempio una preghiera finalizzata a far sì che Dio faccio quello che voglio io), il mio prestigio sociale, l’immagine di me stesso etc.
 
Signore, ti invochiamo perché ci aiuti a vedere con chiarezza il nostro ateismo. Signore, parliamo molti di te, facciamo molte cose religiose (incontri, eucaristia, preghiera) però a volte sono cose che rischiano di essere vuote, perché il nostro cuore è lontano da te, non confidiamo veramente nel tuo potere ma nella nostra forza. Dacci l’umiltà di riconoscerti come Signore della nostra vita.
 
Se l’ateismo pratico è pericoloso, e può essere presente anche nella nostra vita di presbiteri (o possiamo meglio parlare di routine, di abitudine, di lavoro ad ore..) non meno pericoloso è l’indifferenza.
 
 
In relazione alla nascita di Gesù non si parla solo di Augusto o di Quirino, ma anche dei saggi di Gerusalemme. Queste persone conoscono molto bene la scrittura Sacra, le profezie, e tutto quello che si può sapere sul Messia che deve venire. Sono persone che quotidianamente non abituate a riflettere sui temi religiosi.
Anche qui c’è un pericolo che ci può toccare: sapere molto di Dio, o meglio credere di sapere molto su Dio. Questo non significa conoscere veramente Dio né essere disponibili ad aprirsi alla novità di Dio. In effetti, questi saggi che conoscono le profezie e che anche si rendono conto dei segni che indicano la profezia si sta realizzando (per esempio la visita dei Magi) rimangono nella loro sicurezza, nelle loro comodità. No affrontano la fatica di un viaggio, non vanno per vedere se veramente Dio si è rivelato a Betlemme.
Hanno un cuore diviso tra Dio e il proprio Io. Non è che siano contrari a Dio, ma sono piuttosto contrari a un Dio che toglie loro le comodità, che vuole riformare la loro vita, cambiarla.                                                                                                               
Ciò di cui sto parlando può essere una malattia spirituale tremenda. Conoscere Dio, in qualche modo anche amarlo, però non lasciarlo entrare veramente nella mia vita. Lasciarlo fuori, come qualche cosa di decorativo. Come uno scenario della mia vita: da colore però non mi trasforma. Questi saggi non sono capaci di capire i segni dei tempi. Non si accorgono della presenza di Dio nella loro vita. Creo che la domanda che dobbiamo fari è se ci alleniamo a leggere i segni della presenza di Dio nella nostra vita personale e comunitaria. Se non fosse così c’è il pericolo che la fede rimanga come una fede teorica che non tocca veramente la nostra esistenza.
 
Vogliamo chiedere al Signore che ci aiuti: Dacci Signore occhi spirituali per leggere la tua presenza in noi, nella mia vita. Che non mi accontenti solo con sapere alcune cose su di te, ma che conoscendoti possa amarti, cercarti, individuare la tua presenza nella mia vita.
 
 
 
 
 
Uccidere il bambino perché non cresca....
 
Se Ottaviano rappresenta il potere, l’ateismo e l’indifferenza di fronte alla nascita di Gesù, Erode il Grande rappresenta il rifiuto e il desiderio di uccidere il bambino per conservare il suo potere.
Erode è una figura storica complessa e la sua vita può essere divisa in tre momenti: il primo nel quale con tutti i mezzi ricerca il potere, anche uccidendo quelli che vi si oppongono, non importa se sono membri anche della sua famiglia. Il solo fatto di mettere in pericolo il suo regno e titolo li fa nemici. Per avere la corona Erode non si fa scrupolo di sottomettersi ai Romani. Il secondo momento del suo regno e della sua vita Erode governa assicurando un tempo di pace al suo popolo, e si preoccupa delle grandi costruzioni come il tempio di Gerusalemme, perché i suoi nemici dimentichino il passato. Il terzo momento della sua vita, già vecchio e pieno di sospetti, manifesta tutta la sua crudeltà con le persone della sua famiglia (fa uccidere a sua moglie, a suoi figli, al genero.). Di lui si può dire quello che diceva Gesù: i capi delle nazioni le dominano, si fanno chiamare benefattori…
 
Erode rappresenta l’uomo che non può accettare di condividere il suo potere con altri. Se accetta un altro re perde il suo potere. Erode vuole uccidere Gesù perché non vuole dividere il suo regno con altri, non vuole accettare altri signori. Non vuole in una parola, chela Verità lo disturbi (cosa che farà il battista nei confronti del suo figlio Erode Antipa). 
 
Anche nella nostra vita possiamo constatare l’atteggiamento di Erode di “uccidere al bambino”, perché la sua presenza di può disturbare. Dice la verità su di noi, ci pone davanti ai nostri difetti, ci minaccia nelle nostre sicurezze. Ci porta via, almeno così la pensiamo noi stessi, il nostro potere. Qui non si tratta di ateismo o di indifferenza ma di paura ad accogliere il Signore per paura che limiti la nostra libertà. -                             
 
E si può decidere di uccidere il bambino:
Perché è la voce della nostra coscienza e ci indica il cammino che dobbiamo fare per obbedire a Dio.
Perché è la chiarezza della verità che ci dice del nostro modo di agire nella vita che talvolta non è cristiana né evangelica.
Che ci mette di fronte alla nostra maniera di esercitare il potere fra gli altri (ad esempio la nostra famiglia, nel presbiterio, tra gli amici, nella comunità della chiesa.)
 
Accogliere il bambino…
Se Augusto, i sacerdoti di Gerusalemme Erodo rappresentano il rifiuto di Gesù e di quello che Egli porta, rappresenta, ci sono però personaggi che sono disposti ad accogliere la novità di Dio, la sua Parola che vuole farsi sentire.
 
I genitori i Gesù: Giuseppe e Maria
In primo luogo chi accoglie Gesù sono i suoi genitori: Maria con il suo atteggiamento di ascolto della Parola di Dio, con la decisione di accogliere il bambino e con il rischio che corre per generarlo in un contesto non facile. Non dimentichiamo la situazione: essere madre del Redentore non è stata facile, non è stata una passeggiata. Maria in tutta la sua vita, dopo l’incontro con l’angelo non viene sostenuta da nessuna nuova situazione straordinaria che possa illuminarle il cammino o facilitarle il compito di essere la madre di Gesù: non appaiono altri angeli, non altri Magi, non i racconti meravigliati dei pastori... I vangeli apocrifi inventano situazioni piene di miracoli nelle quali la madre del Signore è una privilegiata, pero ricorrendo a miracoli straordinari. Questo non corrisponde alla figura della Madre del Signore che viene presentata nel Vangelo.
La verità è diversa e più bella: Maria cammina nel suo cammino con Gesù non guidata dai miracoli, non sollevata dalla sua fatica di madre e di essere umano, ma guidata dalla fede. È la donna della fede. Camminare guidati dalla fede, significa spesso non vedere niente e fidarsi della parola di una persona concreta che ci parla.
Maria accoglie il bambino non perché le regala la gloria mondana o esteriore, ma perché come dice lei stessa, desidera fare la “volontà di Dio”.
Nella stessa direzione sta il cammino spirituale di Giuseppe: anche lui accoglie il bambino e tutto quello che significa questa responsabilità, preoccupazione per difenderlo, allevarlo nella sicurezza.
 
Maria e Giuseppe ci suggeriscono alcuni atteggiamenti spirituali che servono per vivere il Natale:
Ascoltare la Parola di Dio (parola di ogni giorno, attraverso la lettura attenta della Bibbia, parola che è Gesù stesso, come attenzione alla ricerca della volontà di Dio nella nostra vita che ci parla negli avvenimenti.
Difendere la Parola di Dio nella nostra vita: difenderla contro tutto quello che vuole ucciderla: il nostro egoismo, la cultura dominante, la moda, il peccato, la pigrizia spirituale, la mondanità spirituale etc...
Generare la Parola di Dio: generarla nella nostra vita attraverso le nostre azioni concrete. La fede non può essere solo pensata, ma anche attuata...
Diceva san Francesco: siamo sposi e madri del Signore. Sposi quando ci uniamo a lui attraverso l’ascolto attento della sua Parola e madri quando lo generiamo attraverso le opere buone.
 
Preghiamo: Signore Gesù, che possiamo come tua Madre generarti attraverso l’ascolto attento della tua Parola nella nostra vita quotidiana e come Giuseppe, custodirti e difenderti da tutto ciò che ci allontana da Te
 
I pastori
Betlemme era al tempo di Gesù, e anche oggi in parte, regione di pastori. Lo era stata anche molti secoli prima quando il Re Davide fu unto da Dio come re del suo popolo Israele. Però questo antecedente glorioso non aveva influito sulla fama dei pastori al tempo di Gesù. Un pastore era allora un essere disprezzabile, di pessima reputazione. In parte la sporcizia a cui l’obbligava il fatto di vivere in regioni senza acqua, in parte la sua vita solitaria e vagabonda, gli avevano attirato la sfiducia aspetto di tutti. Nel mondo ella Palestina del primo secolo i pastori erano uomini “della terra” considerati come una persona che si trova al margine della società e della quale non si può confidare molto. I farisei consigliavano che non si comprasse lana o latte ai pastori, perché c’era grande probabilità che fosse rubato. I tribunali non accettava i pastori come testimoni validi nel giudizio. A questa gente al margine appare la gloria di Dio e il messaggio che cambia la storia dell’umanità: È nato L’Emmanuele”.
 
I pastori si mettono in cammino per vedere: sono persone che accettano il messaggio e che accolgono il rischio per cercare la verità. Non sono come i aggi di Gerusalemme che non vogliono scomodarsi.
I pastori ci fanno comprendere la gratuità di Dio che si manifesta a persone che non hanno titolo per reclamare i favori” spirituali”. Sono persone emarginate che però iniziano la lunga lista delle persone che si avvicinano al mistero di Dio e possono comprendere, perché il loro cuore non è pieno di sé, né della paura, né dell’orgoglio che non permette altra cosa che guardare a sé stessi. Quello che i pastori vedono è “un segno povero” tra pannolini e la madre, però hanno occhi per comprendere più in là.
 
I Re Magi
Rappresentano tutte le persone che accettano il rischio di mettersi in marcia per trovare la verità, per conoscere il vero volto di Dio. Lasciano la sicurezza di una vita comoda e senza problemi, per accettare il rischio del viaggio, i pericoli, le delusioni, la stanchezza.
Credo che l’atteggiamento dei Magi sia l’atteggiamento che dobbiamo sviluppare noi: metterci in cammino per trovare Dio trovare la verità che illumini la nostra vita. Però questo significa lasciare qualche cosa. A volte il “nostro ateismo” nasce dalla poltronite spirituale, di non mettersi domande e interrogativi. Quali sono i segni che aiutano i Magi?
 
3.6. La stella: sono i segni della presenza di Dio nella nostra vita quotidiana. Dobbiamo imparare a leggere la presenza di Dio nella nostra vita, attraverso i segni che Lui semina. A volte chiediamo al Signore che si lasci vedere, però speriamo nell’incontro progettandolo noi stessi, senza essere disponibili ad aprirci alla maniera che Dio ha scelto per farsi conoscere. Il pericolo è di avere i nostri orecchi chiusi alla presenza di Dio.
 
Mi domando se possono individuare la “stella nella mia vita” che guida o aiuta a mettere in cammino verso Gesù: un incontro, una lettura, un dolore, una allegria, una ora di riflessione, preghiera etc. l’eucarestia etc.
 
3.7. La parola di Dio: sta scritto dove il Messia doveva nascere. È chiaro che solamente la stella non può guidarmi a Gesù, è necessario l’aiuto della Parola di Dio, che conferma la direzione del cammino. La Parola chiarisce l’itinerario, quello che succede nella vita quotidiana: il senso del dolore, della allegria, dell’incontro. Dobbiamo con queste due luci avvicinarci al mistero di Dio.
 
Signore Gesù, aiuta i nostri occhi a scorgere i segni della Tua Presenza nella nostra vita. Che possiamo leggere i passi della tua presenza amorosa. Che i nostri occhi possano vedere oltre l’apparenza, il tuo sguardo di amore. Aiutaci attraverso la tua Parola a comprendere il cammino della nostra esistenza, così che possiamo arrivare a contemplare il tuo volto.
 
Conclusione
Scopo di questa riflessione era di riunire in un quadro unico elementi (i personaggi, il loro archetipo in relazione alla storia della salvezza) che ci vengono proposti ai testi liturgici della Parola nel Natale del Signore, per rileggerli nella prospettiva della nostra vita e per nutrire la nostra vita spirituale, interrogandoci e orientando il nostro agire.
Non si tratta solo o unicamente di fare analisi ed esame di coscienza sui nostri limiti quando di inoltrarci nell’invocazione e preghiera al Signore perché ci doni occhi nuovi, mente aperta e disponibilità ad accogliere ogni volta la novità della Sua presenza e la bellezza della Sua Incarnazione.
 
+ Roberto Carboni, vescovo