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DEDICAZIONE DELLA CHIESA DI S. CHIARA IN SINI DOMENICA 05 MARZO 2018

Mar, 06/03/2018 - 19:15
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DEDICAZIONE DELLA CHIESA DI S. CHIARA IN SINI DOMENICA 05 MARZO 2018 Carissimi fratelli e sorelle, L’Eucaristia che stiamo celebrando assume oggi in modo più intenso il tono di preghiera di “ringraziamento” per la conclusione dei lavori di questa nuova chiesa che oggi dedicheremo solennemente a Dio facendo anche memoria della sua grande discepola, S. Chiara di Assisi. Nel ringraziamento a Dio uniamo anche il ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questo lavoro, gli ingegneri e architetti, gli artisti e operai, la comunità cristiana di Sini, i parroci che si sono succeduti e il parroco attuale (senza dimenticare che sono stati i fondi dell’8x1000 che hanno reso possibile questa edificazione a vantaggio di tutta la comunità) Fin dall’antichità, il nome “chiesa” è stato esteso all’edificio in cui la comunità cristiana si riunisce per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia. In quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio è segno della Chiesa pellegrina sulla terra e immagine della Chiesa già beata nel cielo. È giusto, quindi, che questo edificio, destinato in modo esclusivo e permanente a riunire i fedeli e alla celebrazione dei santi misteri, venga dedicato a Dio con rito solenne secondo l’antichissima consuetudine della Chiesa. La dedicazione è più che una semplice inaugurazione, come invece accade per qualsiasi altro edificio. La chiesa infatti non è semplicemente un luogo per la preghiera, ma è l’immagine della Chiesa che è corpo di Cristo, della comunità che lì si riunisce per pregare, della Chiesa terrena e di quella che è in cielo. Per questo il cuore dell’edificio di culto cristiano è sempre l’altare, immagine di Cristo, luogo in cui si rinnova il sacrificio della croce e mensa del banchetto del corpo e sangue del Signore.” Nella tradizione liturgica la dedicazione di una chiesa e dell’altare è un rito speciale ricco di simbolismi ispirati alla teologia del tempio. Il segno del tempio ricapitola ed esprime in certo senso i vari momenti e modi della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Dal tempio cosmico dell’Eden alla terra promessa; dalla tenda nel deserto al tempio di Gerusalemme; dall’umanità di Cristo alla compagine ecclesiale e ad ognuno dei suoi membri. 2. Quando entriamo in questa chiesa il nostro sguardo è catturato dall’altare. L’elemento centrale della chiesa, il luogo più importante, privilegiato. 3. Dove è possibile si cerca di mettere in tabernacolo in una cappella separata per sottolineare la centralità e importanza dell’altare e concentrare l’attenzione dei fedeli sul sacrificio eucaristico che si celebra in quel momento. 4. Ma perché è così importante l’altare? Perché lo circondiamo di venerazione e perché lo ungeremo con l’olio santo, lo incenseremo, lo decoreremo con luci e fiori? 5. L’altare viene anche chiamato mensa. Per ricordarci due cose importanti: la memoria di quel giovedì santo quando Gesù riunito con i suoi discepoli istituisce l’Eucaristia, spezza il pane e distribuisce il calice del vino trasformato nel suo sangue. Dunque Il Signore ci “invita alla sua mensa”, a condividere con Lui e a fare comunione tra noi. Ma è anche altare, perché Gesù offre sé stesso, attraverso la sua passione. Il Crocifisso situato sopra l’altare fa memoria del dono che Gesù fa di sé stesso sulla croce per amore nostro. 6. La Lettera agli Ebrei ci dice che anticamente si offrivano a Dio, nel Tempio di Gerusalemme, innumerevoli animali, buoi, agnelli. Adesso non c’è più bisogno perché Gesù ha offerto sé stesso per noi, per amore, per riportarci al Padre, Una volta per sempre. E ripete per noi, in modo misterioso, ma reale, questa offerta di sé durante la celebrazione dell’Eucaristia, sull’altare. Dall’altare ci viene il pane eucaristico, la comunione. È il momento centrale della nostra relazione con Gesù. Nella Eucaristia Lui entra a fare parte della nostra vita e noi facciamo parte della sua. Ma poi in questo non siamo soli, perché condividiamo questo con gli altri nostri fratelli e sorelle di fede. L’altare parla anche della offerta che noi dobbiamo fare di noi stessi: San Paolo scrive ai cristiani di Roma così: «[1]Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, 1). L’altare serve per questo: perché sopra ci possa essere la nostra vita, e per l’invocazione dello Spirito la nostra vita possa diventare la vita di Cristo. È per questo che c’è un Altare. Vuole dire: tra un po’ noi porteremo – dopo avere consacrato l’Altare – sull’altare il pane e il vino. E “il pane e il vino – sono il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Quindi “il pane e il vino” contengono la nostra vita di tutti i giorni – contengono il lavoro, la vita di famiglia, l’impegno sociale e politico, il vostro divertimento… tutto quello che fa parte della vostra vita sono “pane e vino” –, li portiamo sull’altare, e sull’altare invochiamo lo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, perché “il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Cristo”, cioè perché “la vostra vita diventi il corpo e il sangue di Cristo”, perché: il vostro lavoro, la vostra vita di famiglia, i vostri rapporti di amicizia, il vostro impegno sociale e politico, il vostro impegno culturale, … tutto questo materiale di cui è fatta la nostra vita possa diventare Cristo: cioè possa avere i lineamenti della vita di Gesù Cristo, la ricchezza del suo amore, della sua santità. Intorno all’altare, polo dello spazio sacro, si dispongono tutti gli elementi necessari per una celebrazione articolata e gerarchica del rito: la sede per la presidenza, l’ambone per la proclamazione della Parola, il luogo per i ministri e per la Schola, lo spazio per il rito nuziale e altre celebrazioni, l’aula per l’assemblea. Verso lo stesso altare, come a centro ideale, convergono il fonte battesimale, matrice e grembo della Chiesa, la sede propria per la riconciliazione e la cappella della custodia eucaristica. Vorrei concentrare la vostra attenzione sull’ambone. È il luogo dal quale viene proclamata la Parola di Dio; come tale, deve corrispondere alla dignità della Parola stessa. “L’ambone è lì, nella sua nobile struttura per rammentare ai fedeli che la mensa della Parola di Dio è sempre imbandita da quando Cristo, vincitore della morte, con la potenza del suo Spirito ha rovesciato la pietra del sepolcro. L’ambone è posto di fronte all’assemblea per far sapere a tutti che Dio vuole intrattenersi familiarmente con gli uomini, vincendo ogni distanza per realizzare la Sua prossimità e far risuonare ai nostri orecchi una voce familiare. La nostra celebrazione non è solo consacrare l’altare e mettere in risalto l’ambone, abbiamo bisogno di un passo ulteriore: quello che faremo ritornando a casa. È quello che dobbiamo fare una volta spente le luci di questa festa, ritornati a casa. È in passo della testimonianza. Si tratta di portare con noi quello che abbiamo compreso, vissuto. IL bene che abbiamo vissuto insieme qui. Lasciare che questo momento trasformi un poco le nostre vite, le renda migliori. Aperti agli altri, capaci di perdono e accoglienza. Sì la chiesa è bella, ma non basta la chiesa di pietre, dobbiamo essere noi una chiesa viva che permette a chi ci incontra di fare esperienza di Dio. Siamo noi che dobbiamo testimoniare che Dio è vivo. Le pietre da sole non parlano. Il marmo e le pitture sono meravigliose, ma senza un cuore che sappia tradurle in vita concreta rimangono mute e morte. Gesù ci ricorda che il primo luogo per adorarlo è il nostro cuore. Dobbiamo mettere in dialogo il nostro cuore con la bellezza della chiesa, perché si crei armonia interiore e noi possiamo testimoniarla a chi incontriamo. A volte ci sono chiese stupende, bellissime nella loro arte, ma durante la celebrazione i cristiani son assenti, muti, distratti, affrettati. La bellezza è fuori, ma non dentro. Chiediamo al Signore in questa solenne celebrazione della dedicazione della Chiesa e della consacrazione dell’altare, di rendere sempre più accogliente il nostro cuore, così come vogliamo continuare a rendere bella e accogliente questa chiesa. + Roberto Carboni, vescovo