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Omelia della Messa Crismale 2017

Ven, 14/04/2017 - 11:52
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Carissimi sacerdoti, carissimi fratelli e sorelle,

Le parole del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ripropongono con forza il mandato che gli Unti del Signore sono chiamati a realizzare a favore dei poveri e degli afflitti: portare il lieto annunzio, fasciare le piaghe dei cuori, proclamare la libertà, promulgare un anno di misericordia.  È Parola di Dio che invita a fare memoria della nostra vocazione di “unti del Signore”. Dobbiamo ringraziare per questo immenso dono, ma anche chiedere perdono per la nostra fragilità nel renderlo luminoso. Oggi in modo speciale siamo invitati alla gratitudine e all’invocazione per i sacerdoti che celebreranno, durante quest’anno in corso i loro anniversari: il 69mo di Don Modesto Floris, i 50mo di Don Giovanni Biancu, Don Giuseppe Erbì, Don Ettore Orrù, Don Giampaolo Spada, il 30 di don Giorgio Lisci, Don Franco ed Elvio Tuveri.  L’aridità dei numeri nasconde per ciascuno di loro un’intensa vita spesa al servizio del Regno di Dio, prendendosi cura dei cristiani che il Signore ha affidato e affida ancora a ciascuno di loro nel ministero. In questa solenne Eucaristia vorrei anche invitarvi alla preghiera di suffragio per i sacerdoti che ci hanno lasciato in questi ultimi mesi: Don Ireneo Manca, Don Luigi Sanna, Don Teodoro Marcias.

Riprendendo la parola del profeta Isaia, ecco che siamo ricondotti all’essenziale della nostra vocazione sacerdotale: innanzi tutto siamo degli “inviati”. È lo Spirito di Dio che ci manda e che ci consegna questa missione bellissima, esaltante, ma, come sappiamo bene, anche estremamente impegnativa ed esigente per chi vuole viverla in profondità.

Proprio per la nostra condizione di “inviati” non possiamo appropriarci di questo mandato, di questa vocazione. Certo, aderendovi e rispondendo con generosità, noi ci identifichiamo con il cuore della nostra identità sacerdotale, ma essa non è “principalmente nostra”, nel senso che si intende quando si possiede un oggetto. Passa attraverso di noi, ma ci supera; non si riduce alla nostra persone anche se non può fare a meno della nostra umanità per realizzarsi. Lo Spirito di Dio ci spinge a un compito ben preciso al servizio del Vangelo: portare, annunciare, proclamare, dire, offrire. Anche in questo siamo dei servitori. Non portiamo cose nostre, parole nostre, intuizioni nostre, una nostra salvezza, ma annunciamo Gesù Cristo, siamo portatori della Sua salvezza all’umanità.

In secondo luogo, sempre le parole del profeta Isaia rendono chiaro a chi siamo mandati: Il Signore predilige i poveri, i piccoli i bisognosi, gli emarginati. Certo, non si escludono gli altri, come sappiamo dall’atteggiamento di Gesù verso i ricchi del suo tempo o personaggi del Sinedrio o farisei aperti di cuore. Ma non vi è dubbio che la Scrittura mostra la predilezione di Dio per i piccoli e i poveri e invita i suoi discepoli a percorrere lo stesso cammino.

Nel contatto e ascolto quotidiano della nostra gente, i cristiani e non cristiani delle nostre parrocchie, ci rendiamo conto che vi è un bisogno profondo di liberazione. Da che cosa? Da tanti legami che illusoriamente hanno promesso libertà, modernità, tranquillità, Ma poi si sono rivelati fallaci, mendaci, poveri, illusori. Dobbiamo ritornare a predicare con verità e sincerità che l’uomo può e deve certo progredire socialmente, usare la sua intelligenza per rendere la vita più comoda, più semplice, più sana. Ma tutto questo non può avere come prezzo finale la reale libertà, oppure l’anestesia spirituale e lo sfruttamento dei poveri, o peggio, la manipolazione della coscienze e dell’informazione, o una illusoria salvezza tecnologica che già si sta rivelando schiavizzante. Noi dobbiamo ricordare a tutti, senza per questo demonizzare il progresso tecnologico, che libertà vera per ogni uomo la offre solo Gesù Cristo. E’ solo lui che ci salva. Sappiamo bene che quando le ideologie si sono proposte di essere messianiche e salvare l’uomo, si sono trasformate nelle peggiori delle dittature e schiavitù. Chiamati dunque a questo annuncio di salvezza e libertà in Cristo, siamo invitati a leggere con attenzione le situazioni dove ci troviamo a vivere il ministero, a proclamare e annunziare Il Vangelo. Non si tratta di far cadere dall’alto sentenze, giudizi, norme. Il Magistero della Chiesa, attraverso Papa Francesco, ci ricorda che dobbiamo avvicinarci alle persone non come giudici, ma piuttosto come samaritani e medici che vogliono guarire e sanare le ferite. Ormai conosciamo tanti drammi e situazioni che vivono i nostri cristiani e vi abbiamo riflettuto altre volte: le famiglie divise, le famiglie di fatto, le famiglie inesistenti. La fatica a camminare e progettare una famiglia cristiana. La violenza domestica, la povertà strisciante, la religione formale e sociale, la fatica ad ascoltare e fare spazio ai giovani, il dramma della solitudine e disperazione dei giovani che purtroppo a volte sfocia nella rinuncia alla vita.  Non si tratta di giudicare e condannare, ma piuttosto chiederci come possiamo avvicinare queste situazioni ed evangelizzarle. Quale cambiamento è necessario in noi per rendere attrattivo e affascinante il Vangelo che ci è stato affidato? Come possiamo ancora una volta essere strumento per “conoscere Gesù”?

 Oggi facciamo memoria della nostra consacrazione sacerdotale. Molti anni sono trascorsi per la maggior parte di noi dal giorno dell’ordinazione. Per alcuni moltissimi. È legittimo chiederci se il fuoco che è stato acceso in un tempo lontano è ancora vivo e di cosa ha bisogno per mantenere la sua funzione di scaldare, illuminare, purificare. Non dobbiamo nasconderci le fatiche che tutti proviamo: sono fisiche (per le poche forze in diocesi) sono spirituali (per la nuova configurazione sociale e il posto del prete nella comunità) ma anche per il tipo di risposta o non risposta che troviamo nella gente delle nostre comunità.

 La mia riflessione non vuole fare una analisi che ormai conosciamo bene riguardo al numero e all’età del presbiterio, alle prospettive vocazionali. Non dobbiamo rassegnarci o farci prendere dallo scoraggiamento, né dobbiamo usare questa litania dolorosa come una giustificazione per il pessimismo che paralizza.  Invece dobbiamo reagire ritornando al punto centrale: certo il Signore affida a noi la semina, il campo. Ma non è detto che voglia che siamo anche i mietitori. Dobbiamo metterci nella prospettiva di avere fiducia nella Provvidenza che muove la storia e può far maturare i frutti da luoghi impensati. E’ di San Ignazio di Loyola quella massima: “fai tutto come se dipendesse da te, sapendo che tutto dipende da Dio”Dobbiamo puntare ancora una volta ad impegnarci nella creatività pastorale, ma senza assolutamente dimenticare che la pietra fondante, la reale sorgente è la nostra vita spirituale, la nostra relazione con Dio, l’amore a Cristo, la preghiera. Altrimenti, se puntiamo tutto sul “fare bene” dimentichiamo per “chi lo stiamo facendo “.  Attenzione a “Fare le cose di Dio, ma senza Dio. Talvolta può nascere in noi la domanda: ma quello che faccio, ha qualche utilità, ha significato? E’ questa la Chiesa che vorrei? Ho accolto la vocazione per questo? Sono domande legittime e fanno parte del nostro percorso. Ad esse bisogna rispondere con onestà ma anche non solo intellettualmente, bensì in un contesto di preghiera e affidamento a Dio. Ho sempre in mente l’esperienza umana, che tutti conosciamo, di Charles de Foucauld, la sua fine misera, ucciso proprio da uno di quelli che voleva aiutare. Ad una lettura solo umana sembrava tutto concluso, tutto morto, tutto senza frutto. Invece a distanza di tantissimi anni il vecchio tronco ha dato germogli, la Chiesa ha riconosciuto la spiritualità di quest’uomo amante di Gesù di Nazareth, e ha proposto ili suo messaggio, la sua vita a tutta la comunità cristiana. Cari sacerdoti, ma anche cari diaconi, religiose e religiosi, ma parlando a voi parlo anche ai cristiani che si uniscono alla nostra celebrazione e che devono esser coinvolti in questa riflessione perché siamo un’unica Chiesa, il Corpo di Cristo, uniti nel battesimo. Vorrei incoraggiarvi e animarvi a continuare il cammino, ma anche a puntare sull’essenziale. Non si tratta di voler programmare tutto, quanto di essere prudenti evangelicamente, come il Signore suggerisce in diverse parabole (delle vergini, di colui che vuole costruire la torre etc.,.) Dobbiamo sviluppare in noi una sapienza evangelica per affrontare le problematiche che ci vengono incontro (diminuzione delle vocazioni, comunità cristiane che si riducono, fede spesso in superficie o tradizionale ma senza grande consistenza nella vita reale),.

In una parola, dobbiamo coinvolgere tutti i cristiani, non tanto a causa della carenza di preti, ma principalmente perché siamo tutti chiesa, dobbiamo avere a cuore la Chiesa e il vangelo di Cristo. Dobbiamo aprirci sempre più, andando oltre il pessimismo, alle forme di collaborazione. tra le comunità cristiane, le parrocchie. Rendere effettive e reali le unità pastorali non solo a livello di volontà dei preti ma nella reale prassi comunitaria. Dobbiamo educare i cristiani a comprendere il momento storico che viviamo in diocesi. Forse questo lo accettiamo in astratto, ma poi quando viene chiesto alla “mia parrocchia” di sacrificare qualche cosa, un orario, una celebrazione ecco che si scaldano gli animi, ci si sente abbandonati. Un punto sui cui dobbiamo puntare tutti, presbiteri, religiose e laici: la pastorale giovanile e vocazionale. Dobbiamo sempre più far in modo che ci sia collaborazione fra i parroci e gli incaricati della pastorale giovanile e vocazionale, senza lasciarsi prendere dalla tentazione di emarginarci o fare da soli. Dobbiamo trovare canali di dialogo e progettazione insieme. Concludendo, carissimi sacerdoti e carissimi cristiani, voglio lasciarvi con parole di speranza e fiducia. Ringraziamo il Signore per il dono della vocazione sacerdotale e perché il Signore ci ha voluto nel suo progetto di salvezza nonostante i nostri limiti. Cari cristiani vi invito a ringraziare e pregare per i vostri sacerdoti, sia i parroci che gli altri che collaborano o vivono nella comunità, perché essi siano sempre segno dell’amore e della presenza di Dio in mezzo al Suo popolo. Vi invito a sostenerli nel loro cammino, aiutarli, consigliarli. In questa celebrazione benedirò gli Oli e il Crisma, che i sacerdoti poi porteranno nelle parrocchie, per essere usati principalmente nei sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Unzione degli infermi. È questo un segno efficace che ci fa comprendere come dalla celebrazione fatta in unità con il vescovo, ciascun presbitero è poi inviato alle comunità cristiane per dispensare la Grazia di Dio. Apriamo il cuore alla Grazia del Signore per crescere nell’amore di Dio e dei fratelli. Amen

+ Roberto, vescovo